Villaggio Maasai in Tanzania: la mia esperienza in una comunità autentica lontana dal turismo
Ti affascina l’idea di conoscere un villaggio Masaai in Tanzania? Quando si pensa alla Tanzania, vengono subito in mente il Parco del Serengeti, il Kilimangiaro o le spiagge di Zanzibar. Sono luoghi straordinari, ma durante il mio viaggio sentivo il bisogno di andare oltre le cartoline. Volevo conoscere la Tanzania delle persone, quella che non compare quasi mai negli itinerari organizzati.
Per questo ho chiesto a John, la guida che mi ha consigliato un altro viaggiatore conosciuto a Zanzibar, se conoscesse una comunità Maasai autentica, lontana dai villaggi costruiti per i visitatori. Mi ha risposto che sarebbe stato difficile, ma non impossibile. E così cominciammo a pianificare il giorno successivo godendoci una cena nell’ostello dove stavo alloggiando.

La mattina seguente partimmo da Moshi (la città principale della zona) con un autobus locale. Il viaggio durò più di tre ore e non fu affatto comodo, considerando che rischiammo di fare un incidente più di una volta perché in Tanzania guidano tutti davvero da pazzi (e se lo dico io che vengo da Napoli, credeteci!).
In questo articolo
Alla ricerca della comunità Maasai
Prima di arrivare a destinazione provammo ad entrare in un’altra comunità Maasai, ma ci mandarano via in modo piuttosto brusco. In quel momento pensai che probabilmente non sarei mai riuscita a vivere l’esperienza che avevo immaginato. Una bionda, bianca, sulla trentina, viaggiando da sola, era vista più come una privilegiata che vuole aumentare i suoi followers su Instagram piuttosto che come una giornalista a caccia di posti autentici per raccontare al mondo le minoranze.
John, però, non si è arrese, voleva assolutamente aiutarmi a trovare un villaggio Masaai in Tanzania che mi desse l’opportunità di capire la loro cultura in modo ravvicinato. Dopo un po’ di tempo vagando per le strade deserte della periferia di Moshi, John ricordò che suo cugino, tempo fa, era fidanzato con una ragazza di un altro villaggio, Naisinyai, e che forse quel legame avrebbe potuto aiutarci. E fu proprio così. Non eravamo entrati perché eravamo turisti, ma perché qualcuno all’interno della comunità ha deciso di fidarsi di noi. Ancora oggi penso che sia stata la parte più bella dell’intero viaggio, visitare questo villaggio Masaai in Tanzania, insieme al safari e alle feste di Zanzibar.
Villaggio Maasai in Tanzania lontano dal turismo di massa

Naisinyai – Villaggio Masaai
Naisinyai non è uno di quei villaggi dove arrivano pullman di turisti ogni mattina. Non ci sono spettacoli organizzati, danze preparate per le fotografie o bancarelle di souvenir.
La sensazione era quella di essere entrata, con molta discrezione, nella vita quotidiana di una comunità che continuava la propria giornata come se io non esistessi. Io ero l’estranea.
Una ragazza italiana arrivata completamente da sola in un luogo dove gli stranieri passano raramente.
All’inizio tutti mi osservavano con curiosità. I bambini ridevano, alcune donne si fermavano a guardarmi da lontano, gli uomini continuavano le loro attività senza prestarmi particolare attenzione, ma nessuno mi chiedeva soldi, come invece succede spesso a Zanzibar.
L’incontro con Nay

Tra tutte le persone che ho conosciuto, ce n’è una che difficilmente dimenticherò.
Si chiama Nay, aveva quindici anni ed è stata con me praticamente per tutta la permanenza nel villaggio.
È stata lei a farmi conoscere la sua casa, la sua famiglia e il modo in cui vivevano ogni giorno. Parlava un po’ d’inglese e questo ci ha permesso di chiacchierare a lungo.
Le ho chiesto com’era crescere in un villaggio Maasai in Tanzania.
Mi ha raccontato che, nel suo villaggio, molte ragazze vengono date in sposa quando hanno appena dodici o tredici anni. Gli uomini che le sposano sono spesso molto più grandi e possono avere numerose mogli. Ogni moglie vive nella propria abitazione insieme ai figli, mentre è il marito a decidere ogni giorno con quale famiglia trascorrere la notte, alcuni di loro vivono addirittura in altre città o paesi.
Le ho chiesto se anche lei avrebbe seguito quella strada. Mi ha guardata negli occhi e mi ha risposto con una sincerità che mi ha spiazzata:”Io vorrei andare via, ma per noi è quasi impossibile lasciare la comunità.”
Non c’era rabbia nella sua voce, anzi, era una ragazza molto sorridente. Si poteva leggere nei suoi occhi la consapevolezza che il futuro, almeno per il momento, sembrava già scritto.
Vivere la quotidianità con una tribù Masaai

Nay mi ha invitata a entrare nella loro casa. O forse dovrei chiamarla capanna, anche se la parola “casa” mi sembra molto più giusta. Era piccola, buia, costruita con fango, legno e sterco essiccato, proprio come vuole la tradizione Maasai. Al centro della stanza stavano preparando il tè sul fuoco e, dopo pochi minuti, me ne hanno offerta una tazza.
Non amo il tè. E quel giorno, con quasi cinquanta gradi all’ombra, bere qualcosa di bollente era probabilmente l’ultima cosa che avrei scelto. Eppure non ci ho pensato nemmeno un secondo. Ho preso quella tazza con entrambe le mani e l’ho bevuta fino all’ultimo sorso. Non era questione di gusto, ma di rispetto. Era il loro modo di dirmi: “Sei la benvenuta.”
Seduta lì, osservando quella famiglia condividere così poco materiale ma così tanto umanamente, continuavo a chiedermi come fosse possibile vivere in quelle condizioni. Poi mi sono resa conto che ero io a guardare tutto con gli occhi della mia cultura. Per loro quella era casa. Era la normalità. Ma perché il nostro istinto tende sempre a giudicare? Eppure io mi reputo una persona estremamente aperta ad ogni cultura.
Prima di andare via, alcune donne del villaggio mi hanno fatto un regalo che ancora oggi porto con me. Hanno intrecciato una cavigliera direttamente intorno alla mia caviglia, annodandola in modo che non potesse più essere tolta senza romperla. Da quel giorno è sempre rimasta lì. Ogni volta che la guardo non penso a un semplice braccialetto, ma ai sorrisi, alle risate e alle persone che ho avuto la fortuna di conoscere in quel piccolo villaggio Masaai in Tanzania.

C’è però un momento che ancora oggi faccio fatica a raccontare.
Una parente di Nay si è avvicinata a me con il suo bambino, che avrà avuto appena uno o due anni. All’inizio pensavo volesse semplicemente farmelo prendere in braccio. Poi, attraverso John che traduceva, mi ha detto una cosa che mi ha lasciata senza parole: voleva che lo portassi con me in Europa perché, secondo lei, avrebbe avuto la possibilità di costruirsi una vita migliore.
Per qualche istante non sono riuscita a rispondere. Non credo fosse una richiesta nata dalla leggerezza o dall’incoscienza. Dentro quelle parole ho visto solo una madre che desiderava il meglio per suo figlio, anche se quel “meglio” significava separarsene. È stato uno dei momenti più difficili del viaggio e, ancora oggi, quando ci ripenso mi vengono i brividi. Fino a dove può arrivare l’amore di una madre?
La scuola di inglese gestita da Suzane

Durante la giornata ho conosciuto anche Suzane, l’insegnante di questo villaggio Masaai in Tanzania. Una donna sulla cinquantina, dagli occhi tristi e lacrimosi, ma che trasmetteva una forza incredibile.
Mi ha mostrato la piccola scuola dove ogni giorno insegna inglese ai bambini.
Ricordo ancora quella stanza. Il pavimento era di terra. I muri erano costruiti con materiali semplici. Non c’erano finestre. I banchi erano pochi. Il materiale scolastico quasi inesistente.
Eppure Suzane continuava a insegnare con un entusiasmo che raramente ho visto altrove.
Mi spiegò che imparare l’inglese significa offrire ai bambini una possibilità in più. Non garantisce un futuro diverso, ma permette almeno di immaginarlo.
Quelle parole mi sono rimaste dentro per giorni. Quando sono tornata a casa ho organizzato una piccola raccolta fondi per acquistare materiale scolastico. Ho esitato a raccontarlo perché non volevo che questo articolo diventasse la storia dell’europea che arriva in Africa convinta di poter salvare qualcuno.
La verità è l’opposto. Sono stata io a ricevere molto più di quanto abbia lasciato. Mi credete se vi dico che sono stata sotto shock per giorni, dopo aver visitato questo villaggio Masaai in Tanzania? Non me l’aspettavo, ma è stata un’esperienza estremamente toccante, e ancora oggi mi chiedo come facciano i tipici turisti bianchi e privilegiati a fare quei video e foto tipiche che poi postano sui social scrivendo: “sorridono eppure non hanno nulla”.
Chi sono i Maasai? Un po’ di storia

I Maasai sono uno dei popoli più conosciuti dell’Africa orientale e vivono principalmente tra la Tanzania settentrionale e il Kenya meridionale. Tradizionalmente sono allevatori semi-nomadi e il bestiame rappresenta ancora oggi una parte fondamentale della loro identità culturale, oltre che della loro economia.
Negli ultimi decenni, però, molte comunità hanno dovuto affrontare profondi cambiamenti. La creazione di aree protette, la riduzione dei pascoli, l’espansione delle città, il turismo e l’accesso all’istruzione hanno modificato il loro modo di vivere. Alcuni villaggi hanno scelto di aprirsi ai visitatori, altri preferiscono restare isolati. Ho avuto varie possibilità di visitare un villaggio Masaai in Tanzania più vicino alla città, ma la maggior parte di essi erano turistici. Io cercavo l’autenticità.
Fun Fact inerente a un’altra comunità Maasai
A Zanzibar ho addirittura conosciuto un ragazzo Maasai che proveniva da una comunità abbastanza diversa da quella di Naisinyai. Mi raccontava che, secondo le tradizioni del suo villaggio, i giovani uomini devono affrontare prove di coraggio molto dure prima di essere considerati adulti, come quella di lottare con un leone. Io non so se lui davvero aveva mai lottato con un leone, o se fosse solo un modo per fare colpo su di me. Tuttavia, dopo essermi informata, ho scoperto che la lotta con i leoni è spesso legata a pratiche tradizionali del passato ed oggi, in molte comunità, non viene più praticata anche per motivi di conservazione della fauna e per i cambiamenti culturali. Poi, con la stessa naturalezza, mi ha anche detto che tutti gli uomini della sua comunità si fanno rimuovere un dente. Io, ingenuamente, fino a quel momento avevo pensato che il suo incisivo mancante fosse semplicemente il risultato di una caduta da bambino! Solo dopo ho scoperto che, per lui, era un segno di appartenenza alla sua comunità. È stato l’ennesimo promemoria di quanto sia facile partire con i propri preconcetti e di quanto, invece, la realtà sia molto più sfaccettata di quanto immaginiamo.
Villaggio Maasai in Tanzania: un’esperienza che mi ha fatto riflettere

Ci sono viaggi che ricordi per un paesaggio. Altri per un tramonto. Altri ancora per un safari.
Io ricorderò la Tanzania soprattutto per gli occhi di Nay. Per la dignità con cui Suzane continuava a insegnare in una scuola che aveva pochissimo.
Per le tre ore di autobus insieme a John, senza sapere se saremmo mai riusciti a entrare in quel villaggio e se sarei sopravvissuta alle automobili impazzite.
E ricorderò anche una lezione importante, che già sapevo di mio, ma che ho rafforzato ulteriormente: Viaggiare non significa soltanto collezionare luoghi da fotografare.
Significa accettare che il mondo è molto più complesso di quanto immaginiamo, ascoltare storie diverse dalla nostra senza avere la presunzione di giudicarle e tornare a casa con più domande di quante ne avessimo alla partenza.
Se oggi ho deciso di raccontare questa esperienza è proprio per questo motivo. Perché credo che conoscere un Paese significhi anche avere il coraggio di uscire dagli itinerari più battuti e incontrare persone che, pur vivendo una realtà lontanissima dalla nostra, hanno ancora molto da insegnarci.